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Contenzioso | Per licenziare un dipendente basta un messaggio su Whatsapp? il licenziamento equivale a forma scritta ? Ultime Sentenze

Secondo i giudici l’utilizzo del social network assolve agli oneri di forma che ogni licenziamento deve rispettare

di Giovanni Della Porta - 24/07/2019

La vicenda, resa nota dai legali dell'azienda, vede protagonista una ex dipendente che avendo ricevuto la notizia del suo licenziamento via Whatsapp aveva presentato ricorso in tribunale. Ma il giudice catanese ha rigettato il ricorso. La pronuncia dimostra come anche il diritto deve fare i conti con le nuove tecnologie e le nuove forme di comunicazione come WhatsApp e i social media che fanno ormai parte integrante della quotidianità di ognuno e che non possono non vedersi riconosciuti un valore anche 'giuridicamente rilevante  .Il licenziamento intimato via chat, per il giudice Fiorentino, è ammissibile giacchè "assolve l'onere della forma scritta" trattandosi di un "documento informatico", per di più con la prova dell'avvenuta ricezione (ossia l'impugnativa presentata dal dipendente).Per il tribunale, si legge nel provvedimento, la modalità utilizzata dall'azienda datrice, nel caso di specie, "appare idonea ad assolvere ai requisiti formali in esame – giacché - la volontà di licenziare è stata comunicata per iscritto alla lavoratrice in maniera inequivoca come del resto dimostra la reazione da subito manifesta dalla predetta parte".Il Tribunale di Parma, con sentenza del 13.11.18, seguendo il solco tracciato dalla Cassazione in tema di diffamazioni all’interno di chat riservate (cfr. ordinanza Corte Cassazione 10.09.18 n. 21965), ha ritenuto che tali conversazioni private e costituzionalmente tutelate rientrano nel legittimo diritto di critica, sancito dall’art. 21 della Costituzione. Il giudice ha poi osservato che “dalla lettura delle conversazioni suddette, intervallate da emoticon di vario genere e da battute di tipo umoristico, non è facile comprendere se alcune frasi vengano dette seriamente o enfatizzate proprio in ragione del contesto deformalizzato e amicale della conversazione”, e dichiarato pertanto illegittimo il licenziamento.Sul valore delle emoticon, il Tribunale di Roma ha ritenuto insussistente la condotta vessatoria di un datore di lavoro in quanto le comunicazioni Whatsapp erano “espressione di un rapporto di familiarità e cortesia, frequentemente corredati di emoticon affettuose” (sentenza del 12.03.18). Sempre sul valore delle emoticon, il Tribunale di Parma ha considerato illegittimo il licenziamento di una dipendente, perché i commenti negativi sul conto del datore erano intervallati appunto da emoticon che rendevano gli insulti “più canzonatori che offensivi” In un altro caso di licenziamento la Corte d’Appello di Roma ha ritenuto che sia per i termini utilizzati dal lavoratore sia per le caratteristiche del veicolo informativo (definito “mezzo altamente diffusivo”), fosse configurabile l’ipotesi di reato di diffamazione, dichiarando tuttavia la condotta ascrivibile a un illecito previsto dal contratto collettivo che prevedeva una sanzione conservativa e non espulsiva.Il Tribunale di Milano, sempre in caso di licenziamento, ha invece ritenuto inutilizzabile la documentazione prodotta in giudizio da una società avente a oggetto conversazioni di una dipendente con alcune colleghe su programmi di messaggistica istantanea (Whatsapp e Hangout), in cui screditava l’immagine dei superiori gerarchici. In questo caso il giudice – in ragione del mancato assolvimento dell’onere probatorio e in assenza dei supporti informatici contenenti le conversazioni – ha dichiarato illegittimo il licenziamento e disposto la reintegra della dipendente (sentenza Trib. di Milano del 24.10.17). In altri casi ancora il giudice ha disposto la consulenza tecnica d’ufficio in relazione alle produzioni in giudizio di comunicazioni inviate tramite messaggistica istantanea.Il Tribunale di Firenze, in un caso di licenziamento disciplinare di un medico che aveva intrattenuto rapporti extraprofessionali con una paziente, ha disposto una consulenza tecnica, in quanto il dipendente aveva contestato il documento contenente le conversazioni di messaggistica istantanea. Tuttavia neppure una perizia informatica ha illuminato il Tribunale circa il reale contenuto della conversazione oggetto della contestazione, tanto che il giudice non se ne è avvalso pur confermando il licenziamento per giusta causa.Infine sul valore probatorio dei messaggi Whatsapp, il Tribunale di Torino ha sancito che “i messaggi inviati tramite Whatsapp, contenenti anche fotografie, possono contribuire a dimostrare l’attività di lavoro subordinato. Si tratta infatti di prove documentali che, insieme alle testimonianze, provano l’attività svolta come dipendente all’interno di una pizzeria”

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